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domenica 2 marzo 2014

Elvis è morto, Hendrix è morto e anche io non mi sento tanto bene



Credo ci sia una sensazione che accomuna tutti quelli che, come me, hanno scelto di assecondare la propria passione per la musica spingendosi fino all'esibirsi in pubblico.
È una sensazione che nasce quando, al termine di un'esibizione in cui hai messo tutto il tuo bagaglio di energia, conoscenze, esibizionismo e passione, lanci il tuo "GRAZIEEEEEEEEEEEE" pieno di aspettative e scopri che non segue un cazzo per cui ringraziare. 
Silenzio.
O, al massimo, il brusio di discussioni che non si sono interrotte mai, neanche a causa del volume alto.
Tu stavi dimostrando a tutti che il demone del Rock si era manifestato lì e che probabilmente stava indossando le tue mutande e non se ne è accorto nessuno.
Feedback tendente allo zero per cento.
Qualcuno che alza al massimo lo sguardo e sembra stupito di vederti ,nonostante, fino a dieci secondi prima, tu gli abbia urlato nelle orecchie dimenandoti ,più o meno ,a tempo a due metri dal suo tavolo.
È una sensazione che prescinde dalla grandezza del posto o dell'evento e che fa sempre lo stesso effetto dal vago retrogusto di pupù. 
Per fare un esempio a chi non ha mai avuto a che fare con un microfono o con un palco: è come se dopo una prestazione sessuale che giudichi entrata di diritto nelle tua top ten, appena aver fatto mentalmente i complimenti al tuo armamentario riproduttivo, scopri che il tuo partner ha ,per tutto il tempo, seguito la puntata di " Distretto di polizia 8". 
Che magari poi era pure una replica.
Insomma, sono momenti del cazzo per le tue sicurezze.
Sei lì, sudato per l'emozione, l'adrenalina e le luci e davanti hai un muro d'indifferenza su cui si sono appena schiantate buona parte delle tue velleità artistiche.
Credetemi, svegliarsi nudi sul divano in mezzo ai tuoi parenti appena entrati in casa è meno imbarazzante ( tratto da una storia vera n.d.s.).
L'indifferenza è destabilizzante. 
Soprattutto se sai che hai dato il tuo massimo.
Perché ad un ritorno negativo sei preparato, rientra nel gioco e hai già una cartucciera piena di spiegazioni per quello.
Puoi buttarla sul fatto che la gente non capisce niente di musica, che sono solo il solito manipolo di ignoranti che non può apprezzare del buon rock per mancanza di basi e che magari vota pure Berlusconi.
Te la puoi prendere con l'acustica del locale, con l'impianto da pochi euro che non garantisce la fedeltà del suono, col fatto che c'era la Champions in televisione e, ma solo se sei composto al settanta per cento di acqua e al trenta di merda, con i componenti della band che sicuramente hanno suonato da schifo.
Insomma, per le critiche ti sei già premunito dei giusti vaccini fatti in casa.
Ma contro l'indifferenza hai meno anticorpi  di uno svizzero che beve ad una fontanella di Calcutta.
Quando non c'è risposta l'esibizionismo diventa un boomerang che ti ritorna in pieno sui denti ed il tuo bisogno di approvazione lascia lo status di "momentanea debolezza" per passare a quello di "angosciosa urgenza".
Sono secondi, forse minuti, ma in quel breve lasso di tempo riesci a pensare molto.
La prima cosa su cui rifletti  è come poter scappare a casa senza dare troppo nell'occhio, magari simulando un malore o premendo un pulsante dell'antincendio che è sempre troppo lontano.
Una volta , ricordo, m'incantai in una  rivalutazione mentale riguardante l'utilità delle bombe fumogene dei Ninja, quelle che le lanci in terra e - PUFF - coltre di fumo a coprire la fuga.
Pensi a come cazzo sei finito lì, tu che prima di cantare sotto la doccia facevi il giro della casa per assicurarti che non ci fosse nessuno. 
Tu che eri talmente timido che per farti fare la foto di scuola alle elementari, te la dovevano scattare a tradimento, come i reporter del National Geographic col rarissimo esemplare di marsupiale di turno.

Foco - Classe Terza b - Scuola elementare "Johnny Walker"

Cerchi di ricordarti il motivo che ti ha spinto a voler salire su un palco, denudarti così di fronte alla gente (figurativamente, quelle sono cose che faccio solo dopo certi capodanni) e di trovare quello per continuare a farlo per le seguenti due ore.
Sono momenti di ricerca interiore, di interrogativi del tipo: "Chi sono? Cosa faccio? L'invisibilità è un superpotere che ho in dotazione?".
Intanto  l'entusiasmo che prima della serata viaggiava al livello "mega erezione", adesso fatica ad arrivare a quello " barzottismo post-bidet".
Come si supera tutto questo e si va avanti?
Succede quasi sempre in maniera automatica.
Ormai sei lì e, non potendo dare fuoco al locale o picchiare tutti con la strato del chitarrista, passi al pezzo successivo.
Nel mio caso alternando le strofe a delle grosse sorsate di liquido fortemente alcoolico, che non influisce sull'autostima, magari, ma fa alle mie inibizioni quello che Rocco fa di solito alle giovani attricette ungheresi.
Segui la scaletta, ti senti molto meno "artista" e aspetti che l'ansia venga sodomizzata dal rum.
Per certi versi ritrovi, una volta eliminato il problema "pubblico",anche il gusto di suonare tanto per farlo.
E se poi, mentre lo fai, scorgi, in mezzo alla folla noncurante, una testa che si muove a tempo con la parte ritmica, ti concentri su quella, provando a regalare al suo possessore il meglio che sai fare. 
In cambio, il fortunato, sarà costretto a sorbirsi un dettagliato interrogatorio forzato sulle sue impressioni riguardo la serata.
Alla fine quella brutta sensazione non c'è più. 
L'hai spazzata via con la voglia di suonare comunque e una sapiente variazione del tuo tasso alcolemico.
Anche se poi sai che ricomparirà prima o poi, aspettandoti davanti ad un microfono per il solito braccio di ferro con quella che è la tua passione più vera.







venerdì 29 novembre 2013

quarantanni

Da ragazzo mi sono immaginato spesso a quarant'anni. Ritenendola un'età infinitamente lontana, avevo una visione di me stesso quarantenne abbastanza vaga.
Decisamente confusa.


La maggior parte delle volte la mia idea di me stesso quarantenne era così:


scusa, per l'Ikea de la Bufalotta?


Nei momenti di realismo pessimismo shopenahueriano così:



quello senza corna esplicite


Nelle occasioni di ottimismo più sfrenato, invece, così:


sbrigate a fa sta cazzo de foto che l'ho pagate fino a mezzanotte.


Certe visioni erano figlie, oltre che delle sostanze psicotrope dell'epoca, anche del fatto che sono stato ragazzo tra gli anni '80 e '90, in un periodo in cui io e i miei coetanei siamo stati bombardati da talmente tanto ottimismo obbligatorio che in confronto la guerra in Iraq è stato un capodanno napoletano con il presidio fisso della guardia di finanza di Bolzano.

Credo che se fossi un ventenne oggi, la prospettiva sarebbe poco distante da questa:

happyness


Arrivato al traguardo, devo dire che sono molto diverso dal me stesso che avevo ipotizzato.
 E che i pusher negli anni '90 avevano prodottini decisamente buoni.
Perlopiù sono rimasto il solito cazzone di quell'epoca e,nonostante il tempo passato si possa quantificare anche in ettolitri, i neuroni sono rimasti in buona parte sani. Certo qualcosa è cambiato,gli anni tolgono e regalano (fortunatamente essere tricoticamente svantaggiati non ti obbliga più al riporto, al primo accenno di sfrontatura avevo il terrore di diventare un novello Franco Strippoli), ma cerco di pensare che siano miglioramenti.
A quarant'anni mi ritrovo con un rapporto esperienze/colesterolo di poco a favore di quest'ultimo, leggo ancora i fumetti, faccio ancora air guitar allo specchio in mutande. Bestemmio parlando di politica e canto in macchina la sigla de "Il grande Mazinga". Probabilmente il barbone della prima foto se la gode di più, ma non mi lamento. In fondo potevo passare le giornate a guardare il culo di due buoi.
E quando avrò qualcosa da raccontare, potrò farlo anche qui.